PSICOLOGIA | orientamento scolastico e professionale

la prima volta che ho sentito utilizzare questo termine in relazione all’ambito lavorativo è stato quando ho iniziato a lavorare in un Agenzia per il lavoro. Flessibilità, modernità, innovazione erano gli aspetti che venivano correlati al precariato, dando pertanto una valenza positiva ad una situazione lavorativa che per me rimaneva incerta. In questi anni ho assistito a diverse riunioni e conferenze aziendali dove si dimostrava la necessità di “reinterpretare” il lavoro in un’ottica più al passo con i tempi, dove bisognava ottimizzare le risorse tenendo presente il massimo beneficio produttivo, ma con una riduzione dei costi. Per anni mi sono occupata della selezione e formazione del personale, dove ho potuto constatare la crescente insofferenza e insoddisfazione di chi cercava un’occupazione: da una parte i più giovani con ambizioni ormai ridimensionate e dall’altra “vecchi” lavoratori che il mercato aveva “scartato”in cambio di una Mobilità o una Cassaintegrazione. Tutti accomunati da un aspetto: demotivazione. La costante incertezza di un contratto e quindi di uno stipendio, infatti, rende i lavoratori poco capaci di proiettarsi in un futuro costellato da progettualità, intraprendenza, e desiderio di affermazione. E inoltre, la frammentazione del lavoro, l’esigenza di adattamento continuo a differenti contesti organizzativi e aziendali, la competizione, la frustrazione per i periodi più o meno lunghi di discontinuità occupazionale, sono tutti aspetti che indeboliscono psicologicamente la stabilità del lavoratore, e soprattutto dell’uomo. Spesso mi è capitato di assistere a reazioni emotive eccessive, che in qualche episodio si trasformavano in vera violenza, nate probabilmente per la necessità di manifestare un malcontento, un’ingiustizia o più semplicemente, per gridare un diritto divenuto forse utopia: il diritto al lavoro. Parallelamente ho potuto constatare un costante allontanamento e disamore verso le associazioni sindacali e la vita associativa in generale. Questo conduce il lavoratore a una forma di isolamento sociale. A tal proposito ricordo le parole di Adler quando sosteneva che, la capacita' di cooperare e di condividere gioca un ruolo determinante nell'affrontare i tre compiti vitali (lavoro, amore, socialita'), ognuno dei quali richiede una soluzione positiva degli altri due poiche' nessuno di questi puo' essere affrontato e risolto efficacemente in modo separato. La carenza di sentimento sociale accompagna le situazioni di disadattamento in cui ognuno persegue una meta di superiorita' personale tramite azioni che producono risultati esclusivamente individuali, come accade ad esempio per i nevrotici, gli psicotici, i criminali. Per molti anni mi sono sentita incapace di gestire l’aggressività di coloro che, all’interno di un processo di selezione, “urlavano” il loro diritto al lavoro, o almeno una possibilità all’interno di un mercato ritenuto troppo esigente. Attualemente mi occupo invece esclusivamente di formazione e quotidianamente incontro persone disoccupate che seppur sconfortate dalla ricerca di un lavoro che non c’è, ritrovano la voglia di rimettersi in gioco con l’apprendimento. E ho potuto constatare con i miei occhi come, la condivisione, la comunicazione, il confronto con persone che vivono una stessa realtà faccia uscire da un isolamento che può diventare pericoloso per l’integrità della persona. Credo quindi che questa sia la strada più giusta che possa essere percorsa da chi, in questo momento, viva una situazione di instabilità lavorativa: poco importa se il motivo dell’aggregazione è un corso di formazione o un’assemblea sindacale, ciò che è fondamentale è la condivisione emotiva. Si ribadisce quindi l’importanza del sentimento sociale, cioè l’istanza basilare dell’uomo che crea in lui il bisogno di integrarsi con i propri simili e di cooperare con loro. L’individuo sano è integrato, l’individuo “malato” tende ad isolarsi. Componente del sentimento sociale è appunto la compartecipazione emotiva che deriva dal bisogno dell’uomo di condividere intensamente delle emozioni con i suoi simili ed è sempre vissuta in chiave progettuale, ossia indirizzata verso tentativi di programmazione del futuro (Parenti, 1987). Concludo questo breve elaborato con la fatica di chi, per un periodo della sua vita, ha dovuto suo malgrado lavorare all’interno di un sistema che “somministrava precarietà”, nutrendo in sé un forte senso di impotenza e frustrazione.